Nel 2026, il fenomeno della violenza di genere continua a rappresentare una delle emergenze sociali più urgenti nel nostro Paese. I dati più recenti dell’Osservatorio “Non una di meno” segnalano che, dall’inizio dell’anno, si sono già registrati 19 femminicidi, a cui si aggiungono altri 37 tentativi riportati dalle cronache nazionali e locali. Si tratta, purtroppo, di manifestazioni di una violenza strutturale, radicata in un sistema culturale che ancora oggi fatica a riconoscere pienamente l’autonomia e la libertà delle donne.
La ricerca del Censis, presentata lo scorso 24 marzo a Roma, intitolata “Il piacere degli italiani. Come cambiano i costumi sessuali”, indica come il 47% degli italiani ritenga che un determinato abbigliamento o che specifici comportamenti possano esporre le donne al rischio di subire violenza sessuale.
Si tratta di un dato trasversale, che coinvolge uomini (47,1%) e donne (46,9%), diverse fasce d’età — dal 39,2% tra i 18-34enni fino al 52,6% tra i 45-60enni — e tutti i livelli di istruzione, dal 54% tra chi ha la licenza media al 43,4% tra i laureati.
Questa evidenza non mette in discussione la responsabilità dell’aggressore, ma introduce implicitamente una forma di responsabilizzazione preventiva delle donne. Nella percezione diffusa, infatti, la sicurezza tende a essere interpretata come una questione individuale e comportamenti considerati “prudenti” — dall’abbigliamento alla gestione del tempo libero — vengono letti come forme necessarie di autotutela.
Il risultato è un trasferimento implicito del costo della sicurezza sulle donne, che si traduce in una limitazione concreta della libertà personale: nei luoghi frequentati, negli orari, nelle modalità di partecipazione alla vita sociale.
Parallelamente, si osserva un dato che segnala un’evoluzione ancora in parte incompiuta rispetto al tema centrale del consenso: il 66,1% degli italiani ritiene sempre possibile comprendere quando una donna non desidera un rapporto sessuale, mentre una quota ancora significativa della popolazione non ritiene sempre identificabile il rifiuto.
Il quadro che emerge è quindi articolato. Da un lato si rafforza, nella sensibilità generale, il riconoscimento del diritto delle donne a esprimere il proprio consenso o dissenso; dall’altro permangono margini di incertezza che si inseriscono in un contesto culturale in cui la sicurezza continua a essere, almeno in parte, interpretata anche come responsabilità individuale.
Lo sguardo alle nuove generazioni rappresenta un ulteriore elemento di attenzione: la ricerca internazionale condotta da Ipsos e dal Global Institute for Women's Leadership presso il King's College di Londra, nel 2026, su un campione di 23mila giovani da tutto il mondo evidenzia che, un terzo dei giovani della Gen Z ritiene che la moglie debba obbedire al marito e che sia l'uomo a dover avere l’ultima parola sulle decisioni importanti della famiglia.
Gli uomini della Gen Z hanno il doppio delle probabilità, rispetto ai baby boomer, di avere opinioni tradizionali sui ruoli di genere. Il 21% di loro pensa che una «vera donna» non debba mai prendere l’iniziativa, inoltre il 43% concorda sul fatto che i giovani dovrebbero essere fisicamente forti, anche se non sono naturalmente corpulenti, segnalando una pressione verso modelli di mascolinità tradizionale che può riflettersi anche nelle aspettative nei confronti delle donne.
Per poter affrontare con efficacia l’articolato e complesso tema della violenza di genere è, allora, necessario impegnarsi nella costruzione di contesti realmente sicuri e rispettosi, mettendo in atto un cambiamento, culturale e sociale, che riguarda l’intera società e che chiama in causa tutti e tutte noi.
Secondo le prime rilevazioni dell'ISTAT del 2025, sono 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni di età). Il contrasto alla violenza di genere è, quindi, una responsabilità collettiva che attraversa ogni livello della società.
È proprio in questo scenario che si inserisce l’attenzione del sistema del Credito Cooperativo per la prevenzione e il contrasto alla violenza di genere, reso ancor più tangibile dalla collaborazione tra Federcasse e la Fondazione Giulia Cecchettin, con l’obiettivo di sviluppare iniziative concrete nei settori dell’educazione — in particolare quella affettività — dell’inclusione sociale e finanziaria con specifico riferimento ai giovani, al mondo scolastico e accademico, valorizzando e sfruttando le reti territoriali già attive. L’ azione della Fondazione Cecchettin prende forma a partire da un’urgenza precisa: promuovere un cambiamento culturale profondo, che coinvolga l’intera società e che passi anche attraverso percorsi educativi e iniziative di prevenzione rivolte alle giovani generazioni.
La recente campagna video di sensibilizzazione, promossa dalla Fondazione, con il supporto di Federcasse, diffonde un messaggio chiaro: “La violenza non nasce all’improvviso”. È radicata nella nostra cultura, si costruisce nel tempo, nelle parole, nei gesti, negli sguardi e nei comportamenti che troppo spesso vengono minimizzati o giustificati.
In questo contesto si rinnova anche l’impegno quotidiano e il contributo di iDEE – Associazione delle donne del Credito Cooperativo a favore di una cultura fondata sulla parità, sul rispetto e sulla valorizzazione delle differenze, condividendo strumenti concreti per riconoscere e affrontare ogni forma di abuso e discriminazione, per prevenire e contrastare fenomeni di violenza.
Attraverso iniziative di formazione e sensibilizzazione, iDEE favorisce, infatti, la diffusione di modelli organizzativi inclusivi e contribuisce a superare stereotipi di genere ancora radicati, nella consapevolezza che il cambiamento culturale passa anche dai luoghi di lavoro e dalle comunità professionali. Tra gli esempi più tangibili del lavoro di iDEE rientra la pubblicazione: “Le parole contano! Come superare gli stereotipi di genere nel linguaggio degli istituti bancari”. Il volume, frutto di un ampio lavoro di ricerca in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata, parte dalla consapevolezza che il linguaggio che utilizziamo influenza in modo significativo la nostra percezione della realtà e ciò che nominiamo nel modo corretto assume forma, dignità e valore.
iDEE conferma così il proprio impegno a tutela dei diritti e delle libertà delle donne: un impegno quotidiano e costante. Come ricorda la campagna della Fondazione Cecchettin, “Se non cambiamo, cambieranno solo i nomi delle vittime”.
Leggi qui per ulteriori approfondimenti:
ISTAT_Violenza contro le donne, primi risultati 2025